Nel 2006 avevo predisposto questo blog con l’intenzione di lanciare un piccolo progetto politico. Poi, come a volte si fa, non ne avevo fatto più niente. Ero troppo sotto pressione per altri impegni personali e ho rinunciato.
Il blog è rimasto qui vuoto ed inutilizzato. Non l’ho chiuso però. Forse mi sentivo che un giorno avrebbe potuto rivivere.

Quel giorno, oggi, è arrivato.

Naturalmente ho continuato a vivere in questa nostra società e l’ho fatto con sempre maggior disagio. Questa società, il mondo in generale e ancor di più questa nostra Italia, non mi piace.
Io, non ne posso più di stupidità, di corruzione, di violenza, di affarismo, di perbenismo, di catechismo e, in realtà, di qualsivogliasi ***ismo esistente.

Non so cosa riuscirò a scrivere. Non so se sono capace di tenere un blog. Non l’ho mai fatto e non ho facilità di parola, né scritta, né parlata. Per me scrivere è una sofferenza. Ogni parola deve essere pensata, incastrata al suo posto senza libertà di fluire liberamente, ma non posso più tacere. La misura è colma.

Di cosa sto parlando? Di un malessere quotidiano che mi pervade e che, credo, pervada tanti di noi. Quelli che cercano di utilizzare la testa al di là di un mero strumento utile a tenere in posizione le orecchie.
Forse proietto il mio malessere, credendo di vederlo negli altri e, in verità, vedo che almeno altrettanti vivono benissimo, senza rendersi conto dello stato in cui versa la nostra società. Probabilmente, ancora una volta, sono il solito pirla che pensa di sostenere il peso del mondo.
D’accordo, se lo pensate anche voi, non leggete queste mie righe, ma io ho deciso di provare a scrivere quello che mi passa per la testa “e vedere l’effetto che fà”.

Non posso più tacere. Ho bisogno di confrontarmi, di discutere, di esporre e, naturalmente, anche di ascoltare. Credo mi manchi molto la “piazza”, almeno per come la vivevamo noi di Bologna tanti anni fa.
Allora, uscivamo tutte le sere e andavamo in piazza. La piazza (Piazza Maggiore per quelli che non sono di Bologna) era gremita di una folla enorme ed eterogenea. Lo era sempre stata, almeno da quando io riesco a ricordarla.
In piazza si discuteva di tutto, in capannelli che si formavano e scioglievano con un moto incessante, simile alle nuvole, spinti da venti incoerenti ed incostanti. Non c’era argomento tabù. Non esisteva nessuna idea del fatto che si dovesse parlare in modo “politicamente corretto”. Non c’era nessuna pretesa di verità, ma solo voglia ed intenzione di confrontarsi e di vedere se la propria idea era in grado di sopravvivere alla critica più feroce.
Sì. Mi manca. Provo a ricrearla qui.

Da oggi vorrei ricominciare ad allenare questo inutile muscolo chiamato cervello e riportarlo in forma. Vorrei che questo blog diventasse la mia/vostra palestra. Uno – due, su – giù. Inspirare (un’idea) – espirare (una proposta).

Probabilmente queste nostre chiacchiere non interesseranno a molti. Sicuramente non ai politici, troppo impegnati a trovare una qualche scappatoia per restare ancora abbarbicati al potere, senza neanche più cercare di come scontentare meno elettori possibile, se non di aumentare il consenso. Neanche questo fanno più. Sanno che quel po’ di consenso che avevano l’hanno bruciato tutto e non sanno più neanche a cosa serviva il consenso, da un pezzo gli basta il menefreghismo e la rassegnazione.
Ma non importa; se non si comincia a riesumare un po’ di vecchia, sana intelligenza, fra poco in questa arida terra non germoglierà più nulla, solo qualche stupido, sterile pensiero transgenico-televisivo.

Non è importante decidere di cosa parleremo in realtà: di gestione dei rifiuti o d’amore, di asili infantili o di armi di distrazione di massa (leggi: Tv), di software libero o di viabilità, di problemi locali o di massimi sistemi. Quel che conta è che ricominciamo a far girare le rotelle.
Piuttosto evitiamo di “parlarci addosso”, cerchiamo di invece di approfondire gli argomenti e rendere fruttifere le idee. Ma questo dobbiamo reimparare a farlo insieme.

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3 thoughts on “La misura è colma. Cominciamo!

  • 10 gennaio 2015 at 15:49
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    Il malessere che tu provi a considerare il mondo com’è è molto diffuso, ma questo non vuol dire che sia lo stesso malessere per tutti. Anche la condivisione delle cose di cui non ne puoi più non basta a creare solidarietà nel malessere. Identificarsi per ciò che non ci sta bene è relativamente facile, credo che la maggior parte delle persone che conosciamo non ne possano più di stupidità, corruzione, violenza, affarismo, perbenismo, catechismo e forse anche moltissime di quelle che non conosciamo. Molto più difficile concordare e trovare solidarietà su quello che vogliamo cambiare, su come lo vogliamo cambiare e su con cosa sostituirlo.
    Premesso che a parole quasi tutti sono pronti a cambiare il mondo, bisogna dire che quasi nessuno è disposto a cambiare se stesso ! Secondo me oggi la colonizzazione del nostro immaginario ha raggiunto livelli alti, così alti che nemmeno avvertiamo di essere diventati coloni. Eppure se non riusciamo a partire da un radicale ripensamento del nostro immaginario non andremo da nessuna parte. Per quel che mi riguarda mi ritengo un partigiano che fa la resistenza. Così come i nostri nonni resistevano al nazismo e al fascismo, io provo a resistere al pensiero dominante neoliberista, al dogma del PIL che deve crescere, ai consumi che “devono” riprendere, all’alta velocità della Val di Susa che s’ha da fare. E per ora mi fermo qui, perché già il tuo post m’era sembrato un pò troppo lungo e non vorrei fare peggio…

    • 10 gennaio 2015 at 20:53
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      Accetto l’invito alla sinteticità (debbo ancora prendere confidenza con lo strumento Blog) e lo faccio dicendoti che mi appunto due concetti che hai espresso e che mi paiono importanti:

      1) Stato di fatto: Colonizzazione dell’immaginario collettivo.
      2) Azione intrapresa: Resistenza (ma mi chiedo: La resistenza è/può-essere un’azione attiva? O solo passiva?)

      Ragioniamoci.

  • 11 gennaio 2015 at 10:57
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    Individualismo.
    Penso che sia questa la piaga principale della maggioranza delle persone: voltarsi dall’altra parte.

    Siamo di fronte a un gravissimo cambiamento epocale, dove una globalizzazione – volutamente mal gestita – invece di aiutare i Popoli dei Paesi emergenti a migliorare la loro qualità di vita, li mette in concorrenza spietata contro economie già consolidate, creando, di fatto, una maledetta “cinesizzazione” e una guerra tra vecchi e nuovi poveri, dove alta finanza, grandi poteri, fanatismo religioso e mancanza assoluta di regole stanno facendo purtroppo il resto, trascinandoci indietro di oltre cinquant’anni. Per completare l’opera, in mezzo a tutte queste atrocità l’Unione Europea imperterrita, continua ad applicare bovinamente agli Stati membri austerità e rigore, completando così uno scempio e un declino pericolosissimo.

    Francamente ritengo sia molto difficile fermare questa grande onda, anche a fronte dei grandissimi interessi che ci girano intorno; di certo, non so quando, tutto questo cesserà e chi avrà avuto la forza e la determinazione di “resistere” potrà, probabilmente avere grandi opportunità ma per molti di noi sarà veramente durissima.

    Sarebbe stupendo trovare un’idea per riuscire quantomeno a limitare danni; non tanto per quelli come me “diversamente giovani” quanto per le future generazioni alle quali passeremo il testimone.
    La Grecia forse, in qualche modo ci sta provando…

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