L’altro giorno abbiamo letto tutti la storia delle diciassette cassette dimenticate per ventisette anni in qualche oscuro scantinato e poi ritrovate oggi. Vabbeh! Tutti abbiamo delle vecchie cassette in cantina, direte. Peccato che queste non sono delle cassette qualsiasi, ma quelle trovate nel “covo” in cui le Brigate Rosse detenevano Aldo Moro.

Aldo Moro rapito dalle BR

Aldo Moro rapito dalle BR

Le cassette pare fossero diciotto e una è scomparsa (la numero 13 ?). Gli investigatori le avevano parcheggiate lì e nessuno se ne era più curato. Non è vero, qualcuno se ne era curato (l’avvocato Biscotti) e aveva chiesto più volte che fossero ascoltate e ne fosse verificato il contenuto, ma nessuno aveva fatto nulla.

Non so se potessero essere utili alle indagini o meno. Pare si trattasse per quasi tutte di musica (non è ben chiaro, però, che ci fosse in quella mancante – forse un pezzo di interrogatorio di Moro?), ma il fatto che non fossero ben archiviate, sistemate insieme a tutti gli altri documenti e oggetti relativi al caso, dà l’idea della cialtronaggine che pervadeva il mondo giudiziario italiano allora (spero che oggi sia un pò meglio).

Leggere queste cose mi ha fatto tornare alla mente l’analoga cialtronaggine con cui è stata portata avanti l’indagine su Radio Alice nel 1977. Anche in questo caso si tratta proprio di registrazioni audio, ecco due episodi edificanti:

La telefonata del testimone

La sera del nostro arresto, negli uffici della squadra mobile, dopo che i poliziotti ci avevano pesantemente picchiato, il capo dell’ufficio, dottor Lomastro, ci racconta che quella mattina aveva telefonato in radio, chiedendo se avevamo una registrazione della telefonata, che era stata trasmessa in diretta, di un testimone diretto dell’omicidio di Francesco Lorusso.
In questa telefonata il testimone raccontava di aver visto un poliziotto, con i galloni dorati sul braccio, sparare ad altezza uomo. Il magistrato, secondo Lomastro, era interessato ad avere quella testimonianza.

Allora avevamo così pochi soldi che difficilmente ci permettevamo il lusso di registrare ciò che passava per radio, ma – gli dicemmo – se esisteva una registrazione, sicuramente l’avrebbe trovata fra le nostre cose, visto che i poliziotti avevano portato via tutto dalla sede della radio.
Passarono quattro o cinque anni, un giorno vengo contattato da un funzionario della questura, che aveva l’incarico di renderci le nostre cose, perché non più utili alle indagini.
Vado a ritirarle e, sorpresa, nella piastra di registrazione c’è ancora inserita una cassetta. La prendo, la riavvolgo e la ascolto. Cosa sento? La registrazione di molti momenti di quella famosa giornata, compresa la testimonianza tanto ambita dal magistrato, che nessuno si era mai preso la briga di cercare.

I mitici nastri dell’apertura

Questa volta parliamo di nastri audio professionali (1/4 di pollice, su bobine da 18 cm). Ci tenevo da matti.
Li avevamo registrati con grande cura per l’apertura della radio e contenevano le prime parole ufficiali di Alice. Per intenderci, sono quelli che “sbobinati” e trascritti compongono tre quarti di “Alice è il diavolo”, il mitico libro che pubblicammo nel ’76.
Li tenevo a casa e i poliziotti li sequestrarono con mille altre cose, dopo il mio arresto. Li chiesi più volte indietro all’esimio dott. Catalanotti, il magistrato che, in teoria, indagava sui nostri delitti. Mi rispose che erano stati mandati a non so quale istituto per l’esame fonografico (Chissà che cazzo di esame dovevano fare? Neanche la fatica della trascrizione gli toccava, visto che avevano sequestrato anche il libro).

Fatto sta che i miei nastri non sono mai più tornati. Avevano senz’altro un valore, se non altro per me. Ma la cialtronaggine imperava.
Sapete cosa mi hanno restituito al posto dei nastri, insieme a tutte le altre cose e alla cassetta di cui prima? Ve lo dico: Due bobine di filmini porno svedesi in 8 mm.
Fantastico! Nel loro immaginario la nostra radio doveva essere così “potente” da trasmettere anche i film. Avevamo le stesse potenzialità della televisione, senza i costi del televisore, e neanche lo sapevamo.

(C’è nessuno che possiede un vecchio proiettore 8 mm.? Io mi sono sempre chiesto se quelle due pellicole avevano l’audio e in che lingua, o se erano mute. Mi domando: Se per caso proiettavamo per radio un film muto, quanti ascoltatori potevamo raccogliere?)

 

Raccontato oggi fa tutto un po’ ridere, ma io mi chiedo realmente: perché i nostri investigatori, la magistratura, le forze di polizia eccellevano solo come protagonisti delle barzellette? Perché la cialtronaggine di chi dimentica prove era così comune?  Era un caso o era voluta, organizzata?
Perché le forze di polizia e i carabinieri erano reclutati quasi esclusivamente nelle classi con bassa cultura e bassa capacità di organizzazione e di gestione, oltre che di indagine? Perché i magistrati venivano confinati in uffici privi di ogni strumento organizzativo: non solo la macchina da scrivere, allora, e il computer, successivamente, ma perfino della carta da scrivere. Senza magazzini di stoccaggio efficienti. Eccetera.

Non può essere un caso che quasi ogni processo in Italia finisca in burletta.
Se non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire, probabilmente non c’è peggior disorganizzato di chi non vuole far conoscere le verità.

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